GIULIO GIURATO
scritti su musica e cinema



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Gravity
Regìa di Alfonso Cuaròn
(USA/GB 2013, colore 90’)

 

E’ difficile parlare di un film come questo: da non svelare troppo per non vanificare la sua tensione drammatica e, per una volta, da vedere assolutamente al cinema in 3D per l’uso della terza dimensione del tutto funzionale all’immedesimazione nella storia e nei personaggi. Un film più “esperienziale” di tanti altri, quasi una proposta di viaggio dantesco, dove accorgersi davvero di persona delle cose che normalmente diamo per scontate.
Il genio del regista Alfonso Cuaròn parte dalla scienza (senza “fanta”: quasi tutto di ciò che vediamo è fisicamente possibile) per indagare con discrezione il Mistero e la Bellezza. Mistero perché le cose che accadono, anche nello spazio dove senza peso tutto sembra magico, gridano un significato, qualcosa per cui valga la pena vivere e morire. Bellezza perché da lassù, dalle altezze vertiginose dove le stazioni spaziali orbitano e costituiscono il ponte per le nostre tecnologie più avanzate, ci accorgiamo con più evidenza che la Terra (e quindi il mondo) è bellissima, come dice più volte il comandante Matt Kowalsky, un veterano alla sua ultima missione magistralmente interpretato, quasi interamente in tuta da astronauta, da George Clooney.
Girato come un thriller claustrofobico (nello spazio!), Gravity si appoggia su una fotografia davvero strabiliante, soprattutto nella prima parte, e sulla recitazione da Oscar di Sandra Bullock, in un ruolo difficilissimo rifiutato da celebri colleghe. L’attrice, nei panni della dottoressa Ryan Stone è affascinante nel suo aspetto fisico (sia in déshabillé che in tuta spaziale), così come appare fragile, e perciò da proteggere, a causa della sua storia di grande dolore. Cerca “aria” nello spazio, pensando di poter trovare, fluttuando senza gravità, quella libertà che sulla Terra ormai non può più provare, sia per un Dio assente nella sua vita (“nessuno mi ha mai insegnato a pregare”), sia per la tragica morte della figlia ancora bambina.
Gli eventi si susseguono incredibili, come spesso è la vita reale, con una sceneggiatura che conduce inevitabilmente (complice la “licenza filmica” dell’eclatante errore di fisica rilevato dai critici più attenti) all’odissea solitaria della donna. Che riesce a compiere un tragitto impensabile e in condizioni tremende dapprima con l’aiuto eroico del compagno di sventure, poi con la sua tenacia, infine, quando ormai sembra non esserci più speranza e la “dolce morte” incombe, con un doppio aiuto. Il primo in apparenza beffardo (la frequenza radiofonica captata dalla Cina), invece dolce e provvidenziale per riaprirle una ferita nell’animo ormai inaridito e riaccenderle il desiderio; l’altro è un aiuto “mistico”: come in un sogno arriva un suggerimento strano e insperato. Due mani tese decisive per il suo possibile ritorno alla Madre Terra, che con la sua gravità ci tiene avvinti a sé in modo molto più sicuro e comodo rispetto allo spazio, donandoci l’ambiente adatto perché possiamo incamminarci verso la nostra Destinazione, come lascia intuire il bellissimo finale.
Ed è come se a ognuno venisse posta una domanda: vale la pena vivere e camminare verso questa Bellezza? Più che la grande prova degli attori, il coinvolgimento dovuto alla tecnologia 3D o gli incredibili effetti speciali e sonori davvero realistici, è questa dolce consapevolezza che ci accompagna fuori dal cinema: vale la pena, eccome, specie dopo esserci accorti della Bellezza, del Mistero e dei suoi doni, che non corrispondono quasi mai a quello che abbiamo già in mente. E dopo aver fatto fuori il nostro scandalo per il sacrificio inevitabile.

Giulio Giurato




 

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